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L'Albero del Pane

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l'intervista del mese

Sanità
Questa non è una intervista, ma una panoramica sulla Sanità in Toscana
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l'editoriale

Il Venezuela brucia. C'è in atto un colpo di stato che non promette niente di buono.
Noi Italiani abbiamo interessi non indifferenti in quel Paese. Dal Gas al Petrolio, al settore immobiliare. Sezadimenticare che una buona metà della popoazione è di origine italiana.
Quel che a specie è cheunpaese ricchissimo dimaterie prime sia allla fame

 
 
le rubriche di groane.it
andar per conventi.... PDF Stampa E-mail
Una valida alternativa per il corpo e per la mente
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Sorbetti, una goduria alla quale è difficile resistere PDF Stampa E-mail
I sorbetti hanno una origine lontanissima, oggi son di gran moda
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La cotoletta alla milanese PDF Stampa E-mail

coto.jpgLa cotoletta alla milanese Insubre coteletta grafia classica, cutelèta altra grafia) è, insieme al risotto alla milanese, il piatto più tipico e conosciuto di Milano.
La cotoletta consiste, tradizionalmente, in una fetta di lombata di vitello con l'osso (una costoletta), impanata e fritta nel burro, il quale alla fine viene anche versato sulla cotoletta.
Le versioni moderne tendono a evitare quest'ultimo passaggio e a sostituire il burro con fettine di limone che vengono spremute dal commensale una volta che il piatto è stato servito. (Terribile)
Ne esistono due versioni principali: una più alta, in cui la carne resta morbida e una più sottile, che richiede la battitura della carne prima dell'impanatura, in cui prevale la croccantezza. Quest'ultima viene anche detta orecchia d'elefante, per la sua caratteristica forma.
Una recente versione della cotoletta, preparate soprattutto nelle stagioni più calde, prevede di servirla coperta da pomodori, tagliati in pezzi sottili, e rucola.

La cotoletta è stata al centro di una disputa fra la cucina italiana, che appunto la considera milanese, e la cucina austriaca, secondo cui sarebbe solo una versione della Wiener Schnitzel viennese.

 
Il bullismo nelle nostre scuole PDF Stampa E-mail
Bullismo a scuola: ne siamo immuni?
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Alle colonne di San Lorenzo...una sorpresa PDF Stampa E-mail

L'epidemia di peste e la colonna infame In Piazza Vetra
 
E' il 21 giugno del 1630, una giornata di pioggia a Milano, dove, nei pressi della contrada della Vetra, Catterina Rosa e Ottavia Boni, due comari affacciate alla finestra già di primo mattino, notano un uomo coperto da un mantello nero con il cappello calato sul viso, camminare rasente una casa strofinando la mano destra contro il muro. Allontanatosi, le due donne si precipitano in strada per controllare i segni che, secondo loro, l'uomo ha lasciato sul muro e vedono, o credono di vedere, delle macchie di colore giallo. E' allarme. La parte unta viene subito bruciata e coperta di calce. Il Capitano di giustizia, chiamato sul luogo per esaminarlo, conferma i timori della gente, scorgendo dei segni di unto, nonostante il muro fosse stato prontamente bruciato prima e imbiancato poi.
All'untore vengono presto dati un volto e un nome: si tratta di Guglielmo Piazza, commissario della sanità, che viene subito arrestato con l'accusa di aver sparso dell'unguento pestifero. Interrogato, l'uomo nega di essere coinvolto nell'accaduto, ma, dopo essere stato sottoposto alla tortura della corda (appeso, cioè, ad una fune con le mani legate dietro la schiena e lasciato, poi, cadere di colpo), rasato, purgato e cambiato di abiti, per il timore che potesse nascondere un amuleto in grado di proteggerlo dal dolore delle pene inflittegli, non solo confessa, ma fa anche, o meglio inventa, su promessa di impunità, il nome di un complice. Lo sfortunato altri non è che il suo barbiere, tal Giangiacomo Mora, a cui proprio pochi giorni prima dell'accaduto, aveva chiesto di mettergli da parte un vasetto di olio curativo contro la peste. Dopo un'attenta perquisizione della sua bottega, che la presenza di alambicchi e fornelli induce gli esaminatori a considerare una vera e propria fabbrica di veleni, il barbiere viene arrestato e interrogato e, dichiaratosi estraneo ai fatti, viene torturato. Ciò che lo attende è la legatura della canapa, ovvero una matassa con la quale si avvolge una mano e che viene girata fino a slogare il polso, tanto che questi finisce per ripiegarsi sul braccio stesso. Confessa, ma poi, cessato lo strazio, ritratta; sottoposto di nuovo al supplizio, tra grida di dolore e spasimi, ammette ciò che gli esaminatori sostenevano avesse fatto. Questa scena si ripete per giorni, finché il Piazza non fa il nome di una terza persona: Don Giovanni Gaetano Padilla, nobile spagnolo denunciato come l'ideatore del crimine. Al Mora viene chiesto di confermare la responsabilità di quest'ultimo personaggio nei fatti accaduti ed egli acconsente, ormai stremato dai tormenti della tortura (il Padilla fu poi assolto in virtù del suo rango).
Una sentenza del 27 luglio condanna a morte sia il Piazza che il Mora, nonostante le dubbie confessioni dei due, le continue e ripetute smentite del barbiere e l'assenza di una benché minima prova. Entrambi furono caricati su di un carro che li portò, prima, nel luogo che il Piazza aveva infettato, poi, davanti alla bottega del Mora, dove fu tagliata loro la mano destra e rotta l'ossatura; in seguito furono posti sulla ruota, i loro cadaveri bruciati e le ceneri gettate nel fiume. La casa del Mora fu demolita e al suo posto eretta una colonna, detta infame, e una lapide che recava la descrizione dei fatti accaduti, a memoria della giustizia compiuta nei confronti dei due principali imputati dell'epidemia di peste che si diffuse quell'anno a Milano (la colonna venne demolita centoquarantotto anni dopo).
Il significato di questo simbolo di giustizia fu rovesciato da Pietro Verri nel testo «Osservazioni sulla tortura» (1777), che addebita ai tormenti inflitti agli accusati i tragici errori scaturiti dalla vicenda, parlando più volte di pazzia, superstizione, delirio, ignoranza e crudeltà da parte degli esaminatori del caso.
Nel 1776 Maria Teresa d'Austria emanò un decreto che prevedeva l'abolizione della tortura; il Senato milanese, chiamato a prendere una decisione in merito, scelse, però, di mantenerne l'uso.
Anche il Manzoni trasse un libro dalle sfortunate vicende del Piazza e del Mora, intitolato «Storia della colonna infame» (che conobbe una prima stesura nel 1823 e quella definitiva solo nel 1840), ponendo l'accento sul fanatismo e sull'ignoranza dell'epoca. A questo proposito è bene ricordare due fatti distinti a testimonianza del clima di superstizione che regnava. Nel 1630, l'allora governatore di Milano Ambrogio Spinola ricevette un dispaccio da Madrid, che informava che quattro uomini avevano cercato di infettare la città con unguenti venefici e che da lì erano poi riusciti a scappare (era davvero possibile diffondere la peste attraverso una crema e, se sì, portarla con sé senza contrarre la malattia?). Sempre nello stesso anno, Lodovico Settala, medico milanese di fama, fu accusato dal popolo, in cui era radicata la credenza che la peste fosse una mera invenzione dei dottori, che l'epidemia provenisse dai peli della sua barba. E ancora, oltre che ricercarne l'origine nella cattiveria dell'animo umano o addirittura in spiriti infernali e demoni, si indicavano fenomeni astronomici quali l'avvistamento di una cometa, come cause naturali del diffondersi della peste.
Come scrisse il Verri: «Centocinquantamila cittadini milanesi perirono scannati dall'ignoranza».

 
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