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l'editoriale

2018, addio e senza rimpianti.
Ne sono successe di tutti i colori, ai quattro angoli del Mondo.
Dalla vicenda Corea del Nord-Usa, alla guerra dei dazi, ai disastri naturali, alle vicende nostrane, e poi la Brexit che ancora non si sa come andrà a finire.
Non è mancato il terrorismo, che ovviamente non va in ferie.
Sul clima, che dovrebbe mettere tutti d'accordo, non c'è accordo e il rischio di andare a schiantarsi, non è così remoto.
Come sarà il 2019? Speriamo in un ritorno al buon senso!

 
 
le rubriche di groane.it
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Bullismo a scuola: ne siamo immuni?
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Alle colonne di San Lorenzo...una sorpresa PDF Stampa E-mail

L'epidemia di peste e la colonna infame In Piazza Vetra
 
E' il 21 giugno del 1630, una giornata di pioggia a Milano, dove, nei pressi della contrada della Vetra, Catterina Rosa e Ottavia Boni, due comari affacciate alla finestra già di primo mattino, notano un uomo coperto da un mantello nero con il cappello calato sul viso, camminare rasente una casa strofinando la mano destra contro il muro. Allontanatosi, le due donne si precipitano in strada per controllare i segni che, secondo loro, l'uomo ha lasciato sul muro e vedono, o credono di vedere, delle macchie di colore giallo. E' allarme. La parte unta viene subito bruciata e coperta di calce. Il Capitano di giustizia, chiamato sul luogo per esaminarlo, conferma i timori della gente, scorgendo dei segni di unto, nonostante il muro fosse stato prontamente bruciato prima e imbiancato poi.
All'untore vengono presto dati un volto e un nome: si tratta di Guglielmo Piazza, commissario della sanità, che viene subito arrestato con l'accusa di aver sparso dell'unguento pestifero. Interrogato, l'uomo nega di essere coinvolto nell'accaduto, ma, dopo essere stato sottoposto alla tortura della corda (appeso, cioè, ad una fune con le mani legate dietro la schiena e lasciato, poi, cadere di colpo), rasato, purgato e cambiato di abiti, per il timore che potesse nascondere un amuleto in grado di proteggerlo dal dolore delle pene inflittegli, non solo confessa, ma fa anche, o meglio inventa, su promessa di impunità, il nome di un complice. Lo sfortunato altri non è che il suo barbiere, tal Giangiacomo Mora, a cui proprio pochi giorni prima dell'accaduto, aveva chiesto di mettergli da parte un vasetto di olio curativo contro la peste. Dopo un'attenta perquisizione della sua bottega, che la presenza di alambicchi e fornelli induce gli esaminatori a considerare una vera e propria fabbrica di veleni, il barbiere viene arrestato e interrogato e, dichiaratosi estraneo ai fatti, viene torturato. Ciò che lo attende è la legatura della canapa, ovvero una matassa con la quale si avvolge una mano e che viene girata fino a slogare il polso, tanto che questi finisce per ripiegarsi sul braccio stesso. Confessa, ma poi, cessato lo strazio, ritratta; sottoposto di nuovo al supplizio, tra grida di dolore e spasimi, ammette ciò che gli esaminatori sostenevano avesse fatto. Questa scena si ripete per giorni, finché il Piazza non fa il nome di una terza persona: Don Giovanni Gaetano Padilla, nobile spagnolo denunciato come l'ideatore del crimine. Al Mora viene chiesto di confermare la responsabilità di quest'ultimo personaggio nei fatti accaduti ed egli acconsente, ormai stremato dai tormenti della tortura (il Padilla fu poi assolto in virtù del suo rango).
Una sentenza del 27 luglio condanna a morte sia il Piazza che il Mora, nonostante le dubbie confessioni dei due, le continue e ripetute smentite del barbiere e l'assenza di una benché minima prova. Entrambi furono caricati su di un carro che li portò, prima, nel luogo che il Piazza aveva infettato, poi, davanti alla bottega del Mora, dove fu tagliata loro la mano destra e rotta l'ossatura; in seguito furono posti sulla ruota, i loro cadaveri bruciati e le ceneri gettate nel fiume. La casa del Mora fu demolita e al suo posto eretta una colonna, detta infame, e una lapide che recava la descrizione dei fatti accaduti, a memoria della giustizia compiuta nei confronti dei due principali imputati dell'epidemia di peste che si diffuse quell'anno a Milano (la colonna venne demolita centoquarantotto anni dopo).
Il significato di questo simbolo di giustizia fu rovesciato da Pietro Verri nel testo «Osservazioni sulla tortura» (1777), che addebita ai tormenti inflitti agli accusati i tragici errori scaturiti dalla vicenda, parlando più volte di pazzia, superstizione, delirio, ignoranza e crudeltà da parte degli esaminatori del caso.
Nel 1776 Maria Teresa d'Austria emanò un decreto che prevedeva l'abolizione della tortura; il Senato milanese, chiamato a prendere una decisione in merito, scelse, però, di mantenerne l'uso.
Anche il Manzoni trasse un libro dalle sfortunate vicende del Piazza e del Mora, intitolato «Storia della colonna infame» (che conobbe una prima stesura nel 1823 e quella definitiva solo nel 1840), ponendo l'accento sul fanatismo e sull'ignoranza dell'epoca. A questo proposito è bene ricordare due fatti distinti a testimonianza del clima di superstizione che regnava. Nel 1630, l'allora governatore di Milano Ambrogio Spinola ricevette un dispaccio da Madrid, che informava che quattro uomini avevano cercato di infettare la città con unguenti venefici e che da lì erano poi riusciti a scappare (era davvero possibile diffondere la peste attraverso una crema e, se sì, portarla con sé senza contrarre la malattia?). Sempre nello stesso anno, Lodovico Settala, medico milanese di fama, fu accusato dal popolo, in cui era radicata la credenza che la peste fosse una mera invenzione dei dottori, che l'epidemia provenisse dai peli della sua barba. E ancora, oltre che ricercarne l'origine nella cattiveria dell'animo umano o addirittura in spiriti infernali e demoni, si indicavano fenomeni astronomici quali l'avvistamento di una cometa, come cause naturali del diffondersi della peste.
Come scrisse il Verri: «Centocinquantamila cittadini milanesi perirono scannati dall'ignoranza».

 
La via dei bevitori PDF Stampa E-mail
conosciuta a milano e dintorni è via bagutta: nominandola non si può fare a meno di pensare alla famosa osteria. In dialetto baga indica l'otre da vino, ma anche la pancia di chi è dedito all'alcol; bagà significa bere di gusto, e non ha niente a che vedere con l'ubriacarsi. Nei primi anni del Settecento, con il nome di questa via si indicava anche un tratto di via Monte Napoleone. Tristemente nota è, invece, via Bagnera, così chiamata per la presenza di un bagno pubblico di epoca romana, ma balzata alla cronaca a causa degli omicidi commessi da Antonio Boggia. La condanna a morte dell'assassino, avvenuta nel 1862 per impiccagione sui bastioni di Porta Vigentina, fu l'ultima esecuzione che ebbe luogo in Italia, fatta eccezione per i periodi di guerra.
 
un cittadino di fede islamica PDF Stampa E-mail
Gentile avvocato,
vorrei chiederle cosa succederebbe se una confessione religiosa non ancora inserita tra quelle che attualmente possono percepire la quota dell' 8/1000 dagli italiani, come i valdesi, gli ebraiche, i cattolici, ed altri, ponesse un quesito di costituzionalità su tale problema. Potrebbe verificarsi il caso chi gli Italiani vadano a finanziare comunità buddiste o mussulmane?
In via teorica ciò sarebbe possibile?

lettera firmata - un cittadini italiano di fede islamica

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portatile asus a basso costo PDF Stampa E-mail
Uno dei prodotti più attesi di questo inizio 2008 è sicuramente l'Eee Pc di Asus, con un basso prezzo, che è stato fissato in....
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