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Malattia e Web PDF Stampa E-mail

Auto-diagnosi sul web, l'esperto: «Internet è una scorciatoia molto pericolosa»
Sempre più italiani ricorrono all'auto-diagnosi cercando pareri medici ma anche terapie in Rete. Quanto è pericoloso farlo? Lo abbiamo chiesto a un esperto
«Coloro che si sono già diagnosticati da soli tramite Google, ma desiderano un secondo parere, per cortesia controllino su Yahoo.com».
Un medico dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano ha affisso alla parete accanto al suo studio questo cartello.diagnosi-l-950x684.jpg
Un modo simpatico ma molto diretto per denunciare la disinformazione che circola sul web e l’attitudine a cercare risposte dal dottor Google, per ogni sintomo. Chi non ha digitato, almeno una volta, sulla propria tastiera “puntino rosso sulla gamba” piuttosto che “piede indolenzito” per venire a capo di un qualche dolore?
La salute è certamente tra le principali preoccupazioni degli italiani, quelli che cercano online informazioni su sintomi e patologie sono il 41%.
Siamo superati in questa tendenza solo da  turchi e indonesiani (rispettivamente 42 e 48 per cento).
Non è tutto, rispetto alla media dei paesi analizzati, gli italiani sono anche i più propensi a leggere su forum e social media le esperienze di altre persone con stessi sintomi, patologie o disturbi.
Ma quanto è pericoloso farlo?
Lo abbiamo chiesto al Dott. Andrea Giustina, Presidente della European Society of Endocrinology  e ordinario di Endocrinologia dell’università Vita e Salute San Raffaele di Milano.
Le è mai capitato di trovarsi davanti pazienti che credevano di sapere già tutto dei loro sintomi?
«Molto frequentemente, devo dire che a me non dà fastidio il malato preparato. È molto importante però che internet non sostituisca il colloquio con il medico. Mi confronto con una persona che ha già delle informazioni».

Però è pericoloso.
«Certo, sono io a dovergli spiegare le informazioni che sono corrette e quelle che sono sbagliate.  È inevitabile che il paziente abbia accesso alla rete e voglia documentarsi ma resta fondamentale il confronto con il medico. È anche un modo per mettere alla prova la mia informazione.  Vivo in un mondo in cui c’è una grande diffusione di notizia e devo conoscerle. L’approccio del medico deve essere umile, io sono qui apposta per guidare il paziente che non può affrontare questo percorso da solo».

Quali rischi si corrono con l’auto-diagnosi?
«Innanzitutto che le malattie progrediscano e ciò che poteva essere curato con semplicità o guarito possa aggravarsi. L’altro aspetto pericoloso è quello legato alle terapie: la rete è spesso poco temprata dal punto di vista dell’evidenza scientifica. Sappiamo di molte cure dal successo mediatico che non hanno un reale risvolto scientifico.

Perché sempre più persone cercano cure fai da te?
«Una parte della colpa è anche dei medici. C’è sempre meno tempo per i pazienti, spesso per la pressione che c’è sull’attività del medico, vengono ridotti proprio gli aspetti di colloquio e analisi con chi si rivolge a noi. Questo accade a tutti i livelli. Si trasmette al paziente l’idea che il medico abbia poco tempo anche per guardarlo in faccia, quindi rivolgersi direttamente al computer non è diverso. Tutto questo è frutto di una degenerazione della medicina verso una spersonalizzazione del rapporto medico – paziente, che invece è fondamentale».

In rete le risposte sono immediate, spesso per le diagnosi mediche serve parecchio tempo. Questo influisce?
«Questo è un aspetto fondamentale. Sul web i tempi di risposta si annullano mentre la richiesta di salute è molto elevata e per quanto numerosi siano i medici, il rischio è di non essere in grado di soddisfarla senza lunghe attese.

C’è una soluzione?
«Il paziente che sta male vuole una terapia per guarire. Purtroppo il percorso diagnostico non è sempre così facile, anzi a volte richiede esami del sangue, strumentali e una interpretazione. Questo tempo morto tra lo stare male e  il potenzialmente stare bene, il paziente lo accetta solo se gli viene spiegato. Internet brucia questo periodo di attesa in modo fittizio: se non faccio esami per una diagnosi, rischio di moltiplicare la possibilità di errore. Le scorciatoie sono note per essere pericolose, nell’illusione di guadagnare tempo, in realtà ne viene perso».

 
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